«Essi subito lasciarono le reti e lo seguirono».

Sabato XXXIV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-22)
In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.  Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
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E’ Gesù che ci chiama: «Disse loro: Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti lo seguirono». Ed essi, subito, lasciate le reti, lo seguirono; cioè lo sentirono dentro.
Nella misura in cui lui si farà sentire dentro di noi vedrete come anche noi, subito lasceremo le reti. In fondo la chiamata a Cristo non è la chiamata in cui occorrono capacità tecniche: non è vero niente! La chiamata viene presentata a tutti gli uomini, perché tutti siamo chiamati ad essere in Cristo. E questa chiamata viene fin dal seno materno.
Il Signore ti ha visto ancora prima che tu fossi nel seno di tua madre, e ti ha visto nella tua emotività, nella tua sensibilità, nella tua capacità, nei tuoi limiti, e ti ha detto: «Io ti scelgo».
Ogni nostro cammino, in fondo, non è prima di tutto un’azione da compiere ma una conformità a Cristo che si matura dentro di noi. Una relazione profonda si sviluppa tra noi e Gesù fino a quando lui diventa il tutto dentro di noi.
Come state voi a riguardo del desiderio che il Signore possegga la vostra vita, che vi trasformi tutta l’esistenza?

«Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno».

Venerdì XXXIV Settimana del Tempo Ordinario
«Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno».
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,29-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, a le mie parole non passeranno».
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Si è sempre sentito dire, e ripetuto, che le parole se le porta via il vento, mentre ciò che resta sono i fatti. E su questa convinzione si fan forti tutti quelli che, davanti a una promessa – per mettersi al sicuro – pretendono che quello che si afferma venga messo per iscritto. Per Gesù, evidentemente – ma forse è meglio dire anche con Lui, e grazie a Lui – le cose non funzionano così. Sa bene quel che dice; e quello che promette nessuno può impedire che… avverrà. La miglior cosa, anche quando ci sembra impossibile, è mettere da parte i nostri dubbi e prontamente tuffarci dalla parte sua.
Dove prendere il coraggio e la certezza? È già dentro di noi se crediamo che Gesù è la Parola eterna fatta carne.

«Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti».

Giovedì XXXIV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,20-28)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
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In sintesi Gesù preannuncia che questo mondo come lo vediamo è destinato a finire, a modificarsi e a cambiare. Però non è tanto il preannuncio della fine del mondo, quando invece vuole sottolineare la sua venuta, la venuta del Figlio di Dio.
Per noi il Signore è venuto nel momento del Battesimo. Lì siamo stati, per mezzo dello Spirito Santo, uniti per sempre a Cristo Signore. Quel medesimo Spirito che ci unisce a Gesù, ci unisce tra di noi. In quel momento noi siamo stati resi partecipi della creazione nuova.
Io sono in Cristo, lui è il segreto intimo della mia vita e sono su questa terra per impegnarmi con lui a costruire la creazione nuova, la nuova umanità!

«Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto».

Mercoledì XXXIV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,12-19)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
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Quanto tempo si perde nell’organizzare le proprie sicurezze materiali, e non solo! Allarmi, difese e barriere sempre più sofisticate Sperando che nessuno possa valicare, oppure difese da accuse e minacce che spesso diventano attacco e aprono all’odio, con tanto di prove ed arringhe, le più accurate, che poi finiscono nel fallimento e la perdita diventa ancora più grande.
Gesù ai discepoli – ovvero a coloro che hanno fatto la scelta di fare come lui – prospetta una tecnica “nuova”, la sua, che porta a un successo ancora più grande.
Fidarsi di lui – è questo che chiede – e vivere sereni fino all’ultimo istante, aperti all’aiuto che viene dall’alto, accogliendo ed usando ‘parola e sapienza’: garanzia sicura di un tale successo che nessun avversario potrà controbattere.
Perché fanno strada alla pace e all’amore: parole di vita che scuotono e vincono il mondo, come è stato per Lui lassù sulla Croce.

«Non sarà lasciata pietra su pietra».

Martedì XXXIV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,5-11)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
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La domanda non si sa da chi provenga e, pertanto, potrebbe essere di tutti, noi compresi, che, comunque, non siamo dispensati dall’accogliere le raccomandazioni di Gesù che ci vuole tutti pronti quando si avvereranno le cose che ha annunciato.
Per lui, infatti, la cosa più importante non è quella di conoscere il giorno e l’ora, ma soprattutto di sapere come comportarci.
Badando bene a non aver paura e non entrare in confusione – ed è per questo che non risponde al quando – e soprattutto a non lasciarci ingannare e non seguire coloro che si presentano nel suo nome – perché anche questi ci saranno – o dicono di conoscere il tempo della fine, perché dicono menzogne. In altro contesto, infatti, Gesù ha detto chiaramente che quel giorno non lo conosce neppure il Figlio, ma soltanto il Padre; figuriamoci con quale ardire possono pretendere di saperlo loro.
La preoccupazione di Gesù è quella di tenerci pronti, fidarci della sua parola e non aver paura.

«In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti».

Lunedì XXXIV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,1-4)
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».
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La lezione che passa in quell’istante sotto gli occhi di Gesù, che non soltanto non se la lascia sfuggire, ma subito la amplifica e la addita ai suoi discepoli, è davvero grande. Ancor più perché essa ci giunge da chi non gode presso gli altri di considerazione alcuna: una vedova, e per di più povera, che molto spesso viveva con l’elemosina degli altri.
Una donna che da Dio ha ricevuto tutto – e lei ne è ben cosciente perché il suo tutto è Dio – nel portare a concretezza la preghiera non sta lì a calcolare o a lesinare la decima o quant’altro.
Ma furtivamente, senza cercare applausi, depone nel tesoro del tempio le due monetine che possiede, probabilmente conservate proprio per questa circostanza. Gesù, dal canto suo, non può non elogiarla perché l’offerta nei confronti del Signore rappresenta la grandezza del suo cuore.
Non lasciamoci sfuggire questo suo insegnamento, perché da buona investitrice dell’amore, la vedova del vangelo dona tutto.

«Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno »

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23,35-43)
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
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Alla domanda di Pilato: “sei tu re?” Gesù risponde: “Tu lo dici; io sono re”. Egli è il testimone della verità perché è venuto a cancellare la menzogna che ci ha indotto al peccato. Egli è la Voce che ristabilisce il nostro dialogo con Dio dopo averlo interrotto nel primo peccato; ora lo invochiamo chiamandolo Padre. Egli è la via che ci riconduce alla casa paterna dopo il nostro vagabondare nei pascoli immondi. Egli è il re della pace e il Signore dei risorti. La nostra sudditanza è scandita dalla libera e gioiosa adesione al suo vangelo, da una incondizionata fedeltà, da una continua e crescente comunione con lui. Dobbiamo soltanto tendere l’orecchio dell’anima alla sua voce, ai suoi preziosi insegnamenti. Questa è la via per affermare la sua regalità e per espandere e far crescere il suo regno. Ci vuole come testimoni anche quando siamo chiamati a pagarne un prezzo alto, anche quando ci potrebbe costare la vita. I martiri non si sono assoggettati alle angherie dei potenti e prepotenti del mondo per proclamare l’indiscutibile primato di Cristo, la sua divina sovranità. Ma lui lo hanno seguito, servito e imitato. Facciamo anche noi lo stesso.

Avete fatto della casa di Dio un covo di ladri

Venerdì XXXIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 19,45-48)
In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.
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Quello stesso Gesù che aveva detto: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore” scaccia con veemenza i venditori nel tempio. Il luogo della preghiera era diventato un mercato e una spelonca di ladri e tutto ciò è orrendamente sacrilego. Quando la religione si trasforma in commercio di cose e in luogo di profitto c’è da temere la giusta ira di Dio. Dalla simonia all’idolatria il passo è breve.
Quando pensiamo di poter mercanteggiare con Dio, quando pensiamo che sia un potente da convincere, da manipolare, da blandire, quando riduciamo l’incontro a superstizione e la fede a strumento per ottenere ciò che vogliamo, Gesù ci caccia dal tempio.
Interroghiamoci severamente sulla nostra fede, se a volte anche noi finiamo per ridurre le nostre comunità a mercato, quando i personalismi invece di fornire talenti a servizio degli altri diventano manifestazione di potere, quando un piccolo gruppo di fedelissimi si rinchiude nel fortino col proprio parroco per fare il bello e il cattivo tempo, quando la parrocchia non diventa il primo gradino della scala che conduce a Dio ma una spietata dogana che decide arbitrariamente di negare tale accesso. Dio non voglia che Gesù debba cacciare anche noi dalla sua casa di preghiera!

«Tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!»

Giovedì XXXIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12,46-50)
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
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Il Signore ci dia la grazia, e un giorno possa dire di noi quello che ha detto di quel gruppo, di quella folla, che lo seguiva, quelli che erano seduti attorno a Lui, come abbiamo sentito nel Vangelo: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Fare la volontà di Dio ci fa essere parte della famiglia di Gesù”. 

«Perché non hai consegnato il mio denaro a una banca?»

Mercoledì XXXIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 19,11-28)
In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.
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Anche se è tale da incutere terrore a chi non lo comprende, il messaggio di Gesù è chiaro e lo diventa ancor di più se si precisa che la logica di Dio è quella che “si ha ciò che si dona” e la banca nella quale si invita ad investire – perché è lì che i beni fruttano – è quella dell’elemosina e della misericordia. Ed ecco allora compresa la parabola.
Si possono anche avere monete d’oro in quantità, o un tesoro fra le mani – se è questo che il donante ha stabilito – ma quello che si aspetta bisogna averlo chiaro, perché verrà il momento in cui chiederà conto, e chi lo ha nascosto per paura o lo ha usato solo per sé non solo non fa bella figura, ma – visto che lo sapeva – al suo ritorno il donatore lo farà espropriare anche di ciò che aveva ricevuto.
È vero, per altri aspetti la parabola dice anche di più, ma già questo può bastare per ripensare ai doni che a noi sono stati fatti e metterci a trafficarli in una logica di amore.
Nella nostra vita spirituale siamo tentati dalla paura di prendere iniziative, di fare cose nuove, di affidarci alla Provvidenza, e teniamo nascoste le nostre capacità (i “talenti”): in questo modo non diamo onore a Dio e non aiutiamo le persone. Dio vuole che noi “rischiamo”, che approfittiamo della nostra libertà e creatività, moltiplicando i frutti: la moneta ha fruttato altre cinque monete o addirittura altre dieci, ai servi più intraprendenti, e per questo premiati e lodati dal padrone, che dà loro potere su cinque o dieci città.
Più che lamentarci di ciò che hanno gli altri e che a noi manca e soffrire per i nostri limiti (veri o presunti), siamo riconoscenti a Dio per i doni con cui ha arricchito la nostra vita e la libertà e fantasia con cui li possiamo realizzare concretamente.
Chiediamo a Lui di non cedere alla pigrizia, allo scoraggiamento, ma di proseguire con coraggio e fiducia nel suo aiuto continuo e nella nostra intelligenza e buona volontà.