«Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Mercoledì XXI Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-33)
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
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Seguire Gesù da molto vicino non vuol dire camminare nella sua ombra ma partecipare attivamente alla sua vita. Arriva il momento in cui la difesa dell’uomo, visto con gli occhi di Gesù, chiede tutto e la croce è una conseguenza d’amore.
Perché i credenti in Cristo per la fede che hanno non si uniscono insieme su problemi essenziali di vita cristiana? Quale speranza per l’uomo al di fuori di Cristo?
Il pensiero di Gesù è chiaro: chi, assecondando la chiamata, decide di seguirlo, deve fare bene i conti, perché il suo invito è ad andare fino in fondo, ossia fin dove arriva lui, e siccome il cammino, che è nel campo dell’amore di predilezione, sarà lungo ed impegnativo, più che avventurarsi sarà bene attrezzarsi al meglio che si può, verificando se si è disposti a giocarsi per lui tutto, compresa la stessa vita.