«Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me»

Lunedì XXVI Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,46-50)
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
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Per delle teste un po’ dure come quelle dei discepoli, non è facile entrare nella logica del Maestro,
il quale ben lo capisce, e prima di parlare pone un gesto semplice ed eloquente: prende presso di sé un bambino e lo mostra, aggiungendo con fermezza che chi accoglie quel bambino accoglie lui,
soprattutto se lo fa nel nome suo, cioè nel suo amore. E per aiutarli a comprendere il suo pensiero
circa il valore e la grandezza della piccolezza Gesù aggiunge che chi accoglie lui addirittura accoglie il padre che lo ha mandato.
Dopo questa sua affermazione nessuno potrà più ignorare che il più grande nella logica di Dio è colui che riesce a farsi il più piccolo dei piccoli. Ed è la cosa più grande che si possa fare.

«Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti».

XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
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Amici carissimi, la parola chiave per capire di cosa parliamo, è: abisso. C’è un abisso fra il ricco e Lazzaro, c’è un burrone incolmabile. La vita del ricco, non condannato perché ricco, ma perché indifferente, è tutta sintetizzata in questa terribile immagine: è un abisso la sua stessa vita. Probabilmente buon praticante, non si accorge del povero che muore alla sua porta. L’abisso invalicabile è nel suo cuore, nelle sue false certezze, nella sua supponenza, nelle sue piccole e inutili preoccupazioni. In altri tempi, quest’atteggiamento veniva chiamato “omissione”: atteggiamento che descrive un cuore che si accontenta di stagnare, senza valicare la distanza per andare incontro al fratello. Abisso che nemmeno Dio riesce a colmare…
Però in nostro aiuto, c’è la strada tracciata dalla Parola di Dio, da accogliere e tradurre nel vissuto quotidiano, specie per quanto riguarda l’uso dei propri beni e l’attenzione a chi è in difficoltà. Dunque, si finisce all’inferno o in paradiso non per caso, né per una capricciosa decisione del Giudice. E’ una scelta, fatta ora, fatta qui.

«Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento».

Sabato XXV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,43b-45)
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
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Non è la prima né l’ultima volta che i discepoli non riescono a capire le parole del Maestro. Finché egli pone gesti che sanno di miracolo, o pronuncia parole di benedizione e di conforto, – che tutti ammirano estasiati – tutto è semplice e chiaro, anzi, splendido; ma come si può immaginare che la bontà di Dio, fatta visibile nel giovane rabbi a molti sconosciuto, possa essere consegnata, come facile preda della malizia più sottile e perversa?
La mente si confonde, il cuore non consente di accettare un messaggio che passa per il dolore, fatto di incomprensione, di condanna e di morte. Pur stando insieme a lui ormai da tempo, dovranno ancora passare al vaglio della vita, e accogliere lo Spirito donato dal Risorto, per arrivare a comprendere il senso dell’amore che si serve anche della sofferenza, per trasfigurare ogni cosa, nella vita che non muore.

 

«Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto».

Venerdì XXV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,18-22)
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
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«Ma voi, chi dite che io sia?». Il Signore pone questa domanda a tutti più volte nella vita, specialmente nei momenti di grazia in cui quella domanda diventa così chiara ed esigente, così fondante che l’uomo non può più sfuggire e sente che deve dare la risposta.
Gesù ti chiede: «Io che cosa sono per te?». E’ il momento in cui nasce definitivamente la vita in Cristo. Non che diventi chissà chi dopo aver risposto, ma sei cosciente finalmente che Cristo conta nella tua esistenza e con lui cominci a camminare, a vivere, ad avere un rapporto.
Nulla vivrai con serietà e nulla sarà definitivo in te fino a quando non risponderai a questa profonda domanda; tutti gli altri momenti però saranno validi come approccio al grande momento.
Quando tu risponderai: «Gesù, sei tu il Signore della mia vita», prenderai delle decisioni che fino ad allora sembravano impossibili.
Quando questo fatto entra nel cuore umano con quella lucidità che viene dalla grazia, con quella sapienza che viene dallo Spirito Santo, tu senti che non sei più solo. E’ finita la tua solitudine, è finito il tuo pianto: Gesù si mette al tuo fianco, cammina con te.  

«Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?»

Giovedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,7-9)
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
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Non sa che pensare Erode, sentendo parlare di Gesù. Pensava di avere risolto la questione Giovanni Battista, uccidendolo. E invece… Il problema è riemerso, più rognoso di prima. Il falegname di Nazareth ha la fama di essere addirittura il Battista risorto. Che guaio! È sempre così il potere: pensa di risolvere i problemi con azioni di forza, con la violenza, crede di limitare la libertà umana con l’arroganza e metodi spicci. Giovanni è stato ucciso a causa di una stupida promessa fatta davanti agli ospiti e per la perfidia di una donna irritata dalle parole senza freno del profeta. Erodiade ha ricevuto la testa del Battista su un vassoio. Ma la Parola ha continuato a denunciare le nefandezze di ieri e di oggi, a condurre verso la libertà, verso la pienezza gli uomini che hanno il coraggio di ascoltarla. Non sanno che pensare coloro che credono di avere liquidato la profezia, zittito la verità, manipolato la religione. Gesù continua ad interrogare e ad inquietare e la sua Parola corre veloce, da bocca ad orecchio, da cuore a cuore, da vita a vita, di anno in anno, fino a giungere a ciascuno di noi. Senza che nessun Erode la possa fermare.

«Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi».

Mercoledì XXV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,1-6)
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
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Ci dà forza, il Signore. E potere. Ma non il potere dei veleni di curia che tanto danno hanno fatto e stanno facendo alla sua Chiesa. Il potere di cacciare la parte oscura dentro di noi, la parte malvagia che abita in ciascuno di noi. E siamo inviati ad annunciare il Vangelo e a guarire le malattie, le profonde ferite che portiamo in noi stessi. A questo “serve” la Chiesa: ad annunciare il Cristo, a guarire, a liberare dalla parte oscura. Tutto il resto è coreografia e va sopportato solo e quando realizza il mandato del Signore. Il grande peso che la storia ci consegna, organizzazioni, strutture, nate per servire meglio il vangelo, oggi rischiano di far affondare drammaticamente il cristianesimo, almeno in Europa. Forse occorre avere il coraggio di compiere delle scelte audaci e traumatiche per tornare a vivere alla lettera ciò che il Signore chiede. Tornare ad annunciare davvero a due a due, senza altri mezzi, ma con la sola forza del vangelo che rende credibili le nostre parole, eco della Parola. Torniamo a dare buone notizie all’uomo di oggi, smarrito e rabbioso, incapace di voltarsi verso Dio. Che non sa più dove guardare per trovare Dio! Torniamo all’essenziale per essere obbedienti a quanto ci chiede il Maestro.

«Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio».

Martedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 8,19-21)
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
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Ascoltare la Parola di Dio ed essere generati come figli e fratelli, quali membri della stessa sua famiglia, è un miracolo straordinario, alla portata di chi semplicemente si ferma, e chiede al proprio cuore di mettersi in ascolto. Una possibilità alla portata di tutti, nessuno escluso. Nessuna fatica, nessuno sforzo, nessun impegno, se non quello di lasciarsi raggiungere dal calore di una presenza che invade l’anima e la trasforma.
È dall’ascolto, infatti, che può nascere tutto: lo scatto, il salto, il tuffo della fiducia, che ben presto si trasforma in movimento verso il basso, verso il più piccolo, l’ultimo, il debole, anche fosse disonesto, iracondo, peccatore al massimo grado.
È il primo passo, certo, ma è fondamentale, perché la pratica non si ha senza l’ascolto. Mettere in pratica ciò che si è ascoltato porta a ricalcare le orme dal Maestro e a prendere esempio dai suoi comportamenti: incontri in cui farsi attenti alle persone dai bisogni più svariati, ore trascorse ad annunciare il regno, a consolare, guarire e asciugare lacrime, giornate spese senza sosta e senza tregua per saziare le folle di pane, di Parola e di salvezza.
E sono soltanto piccoli ricordi capaci di impegnare il tempo di una vita. E avere gioia.

«La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.

Lunedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 8,16-18)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce.
Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

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Ogni atto vissuto in Cristo diventa luce. La luce non solo illumina, ma anche riscalda, tiene ben riscaldato il cuore dell’uomo. Questo è il nostro cammino ed allora il mondo finalmente risplende e comprende. 

Oggi è difficile la nuova evangelizzazione. Per evangelizzazione molti intendono fare un nuovo catechismo, ma non è questo. Là dove c’è un credente in Cristo, lui diventa luce che illumina ogni cammino. L’evangelizzazione avviene, e noi carismatici lo sappiamo bene, attraverso un contatto di vita, attraverso un annuncio vitale. Se tutti i cristiani, prendessero proprio Gesù come vita da esprimere, allora potrebbero diventare due miliardi di luce.
Vale la pena di spendere la vita per Cristo Gesù!   

«Non potete servire Dio e la ricchezza».

XXV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-13)
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
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L’amministratore delegato della parabola è lodato da Gesù per la sua sagacia (non per la sua disonestà!) e Gesù sospira tristemente: «Se mettessimo la stessa energia nel cercare le cose di Dio!»; se mettessimo almeno la stessa intelligenza, lo stesso tempo, lo stesso entusiasmo che mettiamo nell’investire i nostri risparmi… anche per le cose di Dio!
La scaltrezza dell’amministratore è l’atteggiamento che manca alle nostre stanche comunità: pensiero debole che si adagia su quattro devozioni e un po’ di moralismo senza l’audacia della conversione, del dialogo, della riflessione.
Io, posso vivere nella pace, ma anche nella giustizia: libero dall’ansia del denaro, libero da mammona, per essere discepolo. Ecco, la sostanza è questa: se sono discepolo di Cristo so quanto valgo, so quanto valgono gli altri e vado all’essenziale nei miei rapporti con tutti, dall’onestà nello svolgere il mio lavoro, alla solidarietà, ad uno stile di vita retta e consona al Vangelo.
Chi è il padrone dell’umanità? Dio? O la ricchezza? Ricchezza che oggi ha mille seducenti nuovi volti: mercato, profitto, auto-realizzazione. Gesù non è moralista: il denaro non è sporco, è solo rischioso perché promette ciò che non riesce a mantenere e il discepolo, il figlio della luce, ne usa senza diventarne schiavo.

«Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Sabato XXIV Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,9-13)
In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
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Il mistero dell’uomo è la sua vocazione e questa ha la sua sorgente nel cuore di Dio, il quale non ha schemi predefiniti. Passa e chiama con infinita ed eterna libertà. Il prima non conta, perché la vocazione è cambiamento totale di essere.
Gesù passa, vede Levi seduto al banco delle imposte. Lo chiama per farne un suo Apostolo, un costruttore del Regno di Dio. Tutti i suoi amici peccatori vedono in questa sua vocazione che con Cristo c’è redenzione per tutti e accorrono in molti per farsi redimere da Gesù. La loro è una vocazione alla salvezza. Anche per loro il prima non conta più. Conta ora la sequela di Gesù che esige l’abbandono della vita di ieri.
I farisei non comprendono il mistero della vocazione alla salvezza e accusano Gesù di complicità con il mondo dei peccatori.

Ogni uomo di Dio deve mostrare ad ogni altro uomo la grandezza della misericordia del Signore. È questa la prima vocazione di ogni uomo. Senza questa, ogni altra vocazione è vanità, inutilità, stoltezza. È cosa umana e non divina, perché tutto ciò che viene da Dio ha un solo fine: insegnare ad ogni uomo come si ama, manifestandogli l’infinito amore che Dio ha per lui. I farisei non conoscono l’amore di Dio.
Levi lascia subito il tavolo perché ha trovato chi può riempire veramente la sua vita. Preghiamo perché il nostro incontro con Gesù sia sempre segno di conversione per la nostra vita.