«Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita».

IV Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
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Questa parabola riguarda più il figlio che si è allontanato, che è prodigo nello sciupare il denaro, o è una parabola che riguarda invece un padre che è prodigo di amore? E’ il dramma di un figlio che si perde o di un figlio che non riesce ad amare? Non mi riferisco al figlio prodigo, ma all’altro fratello che è rimasto a casa.
Il figlio che è rimasto sempre in casa, quando suo fratello torna dal padre, non partecipa alla sua gioia, anzi dice: «Mi meraviglio che tu lo riprenda in casa, bella figura quello li! Guarda, io sono stato sempre con te e tu non mi hai mai fatto una festa come a lui!». Ma il padre risponde: «figlio mio», e da quelle parole si capisce tutto! Quel figlio era rimasto nella casa del Padre, ma mai era entrato nel cuore del padre e non poteva gioire per il ritorno del fratello.
Quando vedo i limiti dei miei fratelli e sorelle penso: «Eppure Gesù li ha scelti. Se li ha scelti lui, perché non li dovrei scegliere io?». So che il Signore attraverso i miei fratelli e sorelle con limiti e peccati costruisce il mondo nuovo, il mondo di Dio: Gesù attraverso loro rinnova il mondo. Chi sono io per criticare Gesù e scartarli?

«Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo».

Sabato III Settimana di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in  piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
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Qual è la causa per cui il fariseo dopo la preghiera e peggio di prima? Il motivo è semplice da capire: ha pregato se stesso, ha presentato se stesso come il giusto e, come un nuovo dio, ha giudicato gli altri come peccatori perché diversi da lui. Quando preghi, non presentarti per ciò che non sei, cioè giusto e santo, ma presentati nella verità e umiltà. Allora sarai gradito a Dio che è giusto e santo. Mettiti nella verità quando ti metti nella preghiera, in modo da spalancare il cuore a Dio ed egli venga dentro di te per quello che sei. Nella preghiera ti trasfiguri perché finalmente vedi quello che sei in Dio, come dice il Salmo 138 «Mi hai tessuto nel seno di mia madre, mi ha fatto un prodigio». Ma c’è dentro un’umiltà stupenda, perché non ti conosci da solo ma ti conosci come Dio ti conosce. Non solo avviene questa trasformazione ma vedi i tuoi figli, i tuoi fratelli, con occhi di Dio e li vedi nel mistero del Cristo, li comprendi, li conosci nel senso che li possiedi in Dio, come li vede lui. Fatevi prestare gli occhi dal Signore che non sono miopi. Guardate secondo l’ottica di Cristo!

«Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai».

Venerdì III Settimana di Quaresima
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,28b-34)
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
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Solo l’amore di Dio è perfetto. Questo amore è stato effuso nei nostri cuori da Dio stesso nel battesimo. E’ amore che ama per primo, è amore gratuito, è amore che non chiede risposta, è amore che ama anche “inutilmente”. Se non c’è relazione con Dio, viene meno anche la relazione col fratello. Quando io rinnego la relazione col fratello, immediatamente subentra sempre la violenza sull’altro e i più forti schiacciano i più deboli. Quando con il mio fratello non mi pongo in una relazione vera, di un amore creativo – e proprio perché creativo capace di far ricadere su di me i suoi limiti – subentra subito la violenza. Una delle violenze più terribili è la critica acida e cattiva sugli altri, una critica che non da speranza. Laddove manca il rapporto misterioso di amore, fino a dare la vita per il fratello, ne consegue sempre la violenza. Provate a verificarvi, per la vostra conversione. Come potremmo dire di essere immersi nell’amore di Gesù se non ci amassimo tra di noi?

«Chi non è con me è contro di me».

Giovedì III Settimana di Quaresima
«Chi non è con me è contro di me».
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,14-23)
In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
gli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».
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Alcune persone vedono che Gesù opera miracoli, che la gente gli va dietro in un numero crescente. Rimangono senza parole quando vedono che Gesù scaccia i demoni. Per invidia perdono la testa e arrivano a dire che è il capo dei demoni che da il potere a Gesù di scacciare i demoni! E’ assurdo!
Chi rifiuta Cristo si condanna da solo, perché si pone deliberatamente fuori da quella vita che immette in Dio per sempre.
Il Signore ti da la sua vita attraverso il Figlio suo, ti riempie del suo amore, ti rende suo figlio ed è lui la risposta di tutta la tua vita. Nella misura in cui tu rifiuti quella relazione, rifiuti la vita, ti mantieni separato, nell’odio, nell’invidia, nella gelosia. Tu sei fatto per la vita e la vita è venuta in mezzo a noi, si è resa visibile. Cristo è il nostro Salvatore, l’unico vero Salvatore. Mettiti in relazione con Cristo e canterai il canto della vita! Sentirai quasi vergogna nell’aver sempre preteso dei diritti anziché fonderti in un amore che paga.

«Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Mercoledì III Settima di Quaresima
Dal Vangelo secondo Matteo  (Mt 5,17-19)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
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Gesù non cambia la legge ma la porta alla pienezza, dice: «Neanche uno iota passerà». La sostanza, l’essenza della legge è Dio che si  è rivelato pienamente e totalmente attraverso il Cristo. Dice S. Paolo: «Coloro che credono in Gesù non sono più sotto la legge» (Rom. 6,14) ma sono in un rapporto di figli con il Padre (Gal.4,4-5).
Finalmente l’uomo non si incontra più con una norma fredda ma si incontra con un Padre che vuole camminare con lui e che attraverso Cristo lo è venuto a chiamare alla partecipazione della vita divina. La legge per il cristiano non esiste più perché Cristo è la legge. L’adulto definitivo è colui che non segue la legge, perché ha un rapporto vitale con Gesù che è la legge. Esigi da te stesso la serietà, la maturità, la pienezza del tuo cammino in Cristo Gesù.

«Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà».

Martedì III Settimana di Quaresima
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quel che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
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La giustizia umana nasce dalla mancanza di perdono. In ogni circostanza di vita, dove il bisogno di giustizia umana predomina sul perdono e lo nega, non c’è giustizia ma solo punizione e vendetta. Queste forze negative si camuffano sotto scuse. Chi è dominato da forze istintive e negative non riesce a perdonare per presunti torti subiti. Gesù ci apre la strada del perdono.
Che significa perdonare? Significa amare. Il perdono scaturisce dall’amore. Quando si ama non si guarda il male che ci è stato fatto ma a colui che ci ha fatto del male e si soffre perché egli invece di vivere a somiglianza di Dio, deturpa in se quell’immagine secondo la quale è stato creato. Si soffre perché l’altro fa il male invece di cercare di fare il bene. Chi è stato offeso, vuole che chi offende gusti la gioia del sorriso di chi perdona, la stretta di mano di chi ha ricevuto il torto.
Se per caso nel cuore ti trovi con l’odio verso qualcuno, nella preghiera puoi gridare: «Signore, liberami da questa mia infermità» e glielo ripeti fino a che dentro di te si crea quel movimento, quel desiderio grosso che lui veramente ti liberi. Infatti, tu che non riesci a perdonare il tuo fratello, che è immagine e somiglianza di Dio, come fai a dire che sei libero?

«Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce».

Lunedì Annunciazione del Signore
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
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Il Signore ha voluto Maria vergine perché lei doveva compiere la sua storia e la storia di Dio da Vergine. Dio l’ha scelta e l’ha scelta perché l’ha amata; l’ha amata perché lei fosse nella pienezza, come noi, ma lei è stata scelta come vergine per rivelare a tutti gli uomini che Dio ha l’iniziativa, opera dentro la persona umana e compie i suoi disegni d’amore. Dio, quindi, agisce al di la di ogni modo di capire e ragionare umano.
Dio chiede a lei l’adesione totale e piena che comprende l’essere nella sua identità. Quando noi diciamo di «entrare nella volontà di Dio» vuol dire entrare nella pienezza del suo disegno e nella pienezza di noi stessi.
Il Signore non ha degli schiavi ma ha dei figli e li vuole pienamente sviluppati, pienamente cresciuti. Dio le dice: «Tu sei la piena di grazia e devi raggiungere il massimo di questa pienezza, devi gioire di tutta la tua originalità, devi vivere tutta la tua ricchezza. Sono io che ti conduco e la mia garanzia è fatta di un amore infinito che vuole la tua gioia».
La novità di Dio è la garanzia della tua originalità! L’azione di Dio è una azione liberante, è sorgente di gioia, di vita, di pienezza fino all’impossibile perché Dio non ha limite!

«Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

III Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca Lc 13,1-9
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
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Mentre alcuni Galilei stavano facendo dei sacrifici nel Tempio, Pilato irrompe con i suoi soldati e li uccide, mescolando così il loro sangue a quello degli animali sacrificati a Dio. Nella mentalità del popolo di allora c’era questa convinzione: tanto castigo tanta colpa, quindi quello sterminio nel Tempio significava che quelle persone avevano delle colpe, per cui era giunto il castigo permesso da Dio.
Il Signore invece capovolge tutto. Gli avvenimenti sono dei segni che ci chiamano a conversione, a cambiamento. Non si può stabilire questa connessione che fate voi tra disgrazia e colpa. Non c’entra.
Gli avvenimenti sono per tutti noi un segno e tutti noi dagli avvenimenti veniamo chiamati alla conversione, al cambiamento di mentalità. La conversione, prima ancora che abbandonare una strada sbagliata, è l’aver intravisto la strada vera; prima ancora che l’abbandono di cose per cui si spende la vita e per le quali non vale la pena spenderla, è l’aver intravisto quel qualcosa di grande per cui la si può spendere.
Qual è allora quella grande realtà alla quale noi ci dobbiamo convertire, alla quale noi dobbiamo aprire la nostra vita? Dobbiamo lasciar venire il buon Dio dentro di noi. Lascia esplodere dentro di te l’infinito di Dio!

«Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita».

Sabato II Settimana di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
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Tutta la Parola parla di Dio che viene a cercare i suoi figli dispersi.
Il Signore, se voi lo notate, si presenta nel Vangelo come uno che ha un rapporto personale, vivo: è lui che attende il figliol prodigo, che gli va incontro che lo abbraccia: non gli fa un discorso, ma lo abbraccia e gli dice: «Vieni facciamo festa!».
Provate ad incontrarvi con la persona di Gesù nel Vangelo: troverete sempre un padre, un fratello che cerca di intessere rapporti personali e comunitari con i suoi. Quando nella Parola di Dio ci viene rappresentato il Signore, è il Signore che ama. Credo che questo sia la parola più rivoluzionaria che mai sia stata detta, la cosa più grande: Dio è Amore! Poiché Dio è Amore, noi lo lasciamo venire nella misura in cui amiamo, ma fin da questo istante, in questo momento!

«Costui è l’erede. Su, uccidiamolo! »

Venerdì II Settimana di Quaresima
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43.45)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
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Quanto è drammaticamente vero: a volte ci comportiamo come i vignaioli della parabola di oggi. Abbiamo ricevuto il mondo (splendido) in cui viviamo, la vita, le cose che si stanno attorno e, invece di ringraziare il Signore che ce lo ha donato e rimboccarci le maniche, passiamo il tempo a cacciare Dio dalle nostre vite come se tutto ci fosse dovuto. È triste vedere quanto il Signore, sconsolato, chieda ai suoi stessi carnefici cosa fare, come agire, come comportarsi. E la risposta è tragica: bisogna punire, uccidere, vendicarsi. Non sanno che stanno parlando di loro stessi. No, non farà così, il Maestro. Morirà piuttosto di uccidere. Si lascerà travolgere. Stiamo attenti a noi stessi, vigiliamo per non abituarci alla salvezza, per non credere che tutto ci sia dovuto. Viviamo ogni giorno come un dono, come qualcosa che non ci è dovuto. Sappiamo ringraziare di tutto ciò che abbiamo invece di passare il tempo a lamentarci per ciò che non abbiamo. E in questa primavera che ci lascia intravedere all’orizzonte la Pasqua e la vita che trionfa, occupiamoci con garbo e serietà della vigna in cui abbiamo la fortuna di lavorare!